Fare parte della giuria della open call fotografica Segni Visibili ha significato, prima di tutto, assumersi una responsabilità. Nel testo del Presidente della giuria, Luca Matarazzo, la lettura dei progetti selezionati non parte da una posizione di competenza distante, ma da una dichiarazione di cautela: come avvicinarsi a un tema che non appartiene direttamente alla propria esperienza senza invadere uno spazio che non è il proprio. La riflessione si sviluppa attorno a un equilibrio preciso: evitare il pietismo, evitare la curiosità morbosa, trovare uno sguardo capace di attraversare le immagini senza trasformarle né in spettacolo né in narrazione consolatoria. Le fotografie selezionate per Segni Visibili non cercano rassicurazione.
Mostrano corpi reali attraversati dai segni dei tumori ginecologici e delle trasformazioni dell’apparato genitale, chiedendo a chi guarda di fermarsi senza protezioni. Il punto, come sottolinea il Presidente, non è mostrare una cicatrice, ma capire come guardarla. Nel testo emergono alcune linee di lettura comuni ai progetti scelti: il corpo come soglia e spazio di attraversamento; la cicatrice come mappa e non come errore; la distanza tra ciò che si sente e ciò che si vede; la rinuncia alla narrazione del “tornare come prima”.
I lavori analizzati non propongono un ritorno alla normalità, ma un apprendimento della trasformazione. Il corpo non viene restituito come superficie da correggere, bensì come luogo che conserva memoria, fratture, desiderio e possibilità. Particolarmente significativa è la connessione tra questa visione e il manifesto di BadSeedZine, fondato dal Presidente della giuria, che afferma: “THERE MUST NOT BE ANY SHAME FOR THE HUMAN BEING”.
Nel testo, le cicatrici non sono motivo di vergogna né elemento identitario totale: sono parte dell’esperienza umana, ma non esauriscono la persona. Il margine diventa allora punto di osservazione privilegiato. Stare fuori dall’immagine perfetta imposta socialmente permette di costruire uno sguardo meno patinato, meno pietistico, più umano. Secondo questa analisi, Corpi Vivi e Segni Visibili lavorano nella stessa direzione: liberare il corpo dalla finzione dell’integrità obbligatoria e restituire spazio a fragilità, trasformazioni, cadute. Non come errore da correggere, ma come esperienza da attraversare.
Le immagini selezionate non cercano shock. Agiscono in profondità, nello spazio del subconscio, modificando lo sguardo. Se il progetto funziona, conclude il Presidente, è perché prova a cambiare il modo in cui guardiamo: meno rassicurante, meno edulcorato, più vero. E, finalmente, più umano.




