Rendiamo disponibili le analisi a cura di ciascun componente della giuria, dedicate ai lavori scelti.
Ogni contributo nasce come lettura critica autonoma. Non è un giudizio, è un attraversamento analitico dei progetti, una riflessione sul linguaggio fotografico adottato, sulla forza espressiva delle immagini e sulla loro coerenza con il tema della call: la rappresentazione dei segni lasciati dai tumori ginecologici e dell’apparato genitale, della malattia in generale.
Pubblicare le analisi della giuria significa assumere una responsabilità culturale: rendere visibile il processo di lettura, restituire profondità al confronto, aprire uno spazio in cui fotografia, esperienza del corpo e sguardo critico possano dialogare.
La pluralità delle voci della giuria consente di evidenziare livelli differenti di interpretazione: simbolico, narrativo, clinico, sociale.
Questo lavoro contribuisce a consolidare il progetto corpi vivi come piattaforma di riflessione sulla rappresentazione del corpo attraversato dalla malattia, sulla memoria dei segni e sul ruolo della fotografia contemporanea nel raccontare ciò che spesso resta invisibile.
A cura di Gaia Benedetti Perinetti Casoni
Anna Parisi
“Tredici” è un viaggio visivo e sensoriale che attraversa un vissuto intimo e specifico, mostrandolo nella sua struttura più profonda, quasi amniotica. Le immagini avvolgono, proteggono e allo stesso tempo costringono lo sguardo a restare dentro. Il trauma non è raccontato come ferita aperta, ma come portale: un passaggio necessario verso la costruzione di una nuova identità visiva e percettiva, in cui il corpo e la memoria si riscrivono insieme.
Francesca Burrani
La raccolta di Burrani è una mitragliata di flashback, di sensazioni, di odori che riaffiorano senza preavviso. Una raffica di ricordi che non si limita a evocare il passato, ma lo riattiva nel presente. Sono immagini che restano indelebili perché vivono nella carne, incidono il corpo e la percezione di sé, modificando in modo profondo e irreversibile il proprio essere e il proprio modo di stare nel mondo.
Laetitia Ricci
“Le cicatrices de la vie” è un progetto che porta con sé un dolore evidente, stratificato, ma anche un messaggio potente di elaborazione e trasformazione. L’opera si muove su un terreno alchemico, dove la ferita non viene negata ma attraversata. Il vissuto traumatico si trasforma lentamente in esperienza evolutiva, in materia consapevole, capace di generare un nuovo senso e una nuova forza.
Marta Grimoldi
“Ground Glass” è un esempio chiaro di quanto l’operato artistico possa diventare una pratica necessaria, quasi vitale. Un tentativo urgente di dare voce e volto a ciò che accade dentro di noi, prima ancora che trovi parole. Il progetto lavora su una dimensione fisica ed emotiva insieme, dove la fragilità non è debolezza ma superficie sensibile, luogo di contatto e di verità.
Mattia Morelli
“My Map” è un atto di ribellione consapevole, un’opera-manifesto che si pone come dichiarazione di indipendenza. Morelli prende posizione contro lo stigma sociale legato alla malattia e ai segni che essa imprime sul corpo. La mappa diventa strumento di riappropriazione: non per cancellare le tracce, ma per riscriverle secondo un linguaggio personale, libero, non conciliato.
Lorena Ratto / Simona Vergano
“Luce” è un processo di iconografizzazione, un atto psico-magico che parla di riconoscimento, amore e accettazione. Ogni immagine è costruita come un rituale, carica di simbologie che amplificano il senso del vissuto. La figura ritratta attraversa una trasformazione: ciascuna fotografia diventa un arcano maggiore, una tappa fondamentale nel percorso di consapevolezza e rinascita della protagonista.
Valentina Ezti
Il progetto “Marta” mette in scena una dicotomia profonda tra la lettura oggettiva del corpo e la necessità di esprimere una sensazione intima e soggettiva. Il corpo osservato dall’esterno si contrappone a quello percepito dall’interno, in una tensione continua. La cicatrice, inizialmente protagonista, progressivamente si dissolve, scomparendo tra i segni emotivi e simbolici che quella stessa cicatrice porta con sé, lasciando spazio a una narrazione più complessa e stratificata.






