Rendiamo disponibili le analisi a cura di ciascun componente della giuria, dedicate ai lavori scelti.
Ogni contributo nasce come lettura critica autonoma. Non è un giudizio, è un attraversamento analitico dei progetti, una riflessione sul linguaggio fotografico adottato, sulla forza espressiva delle immagini e sulla loro coerenza con il tema della call: la rappresentazione dei segni lasciati dai tumori ginecologici e dell’apparato genitale, della malattia in generale.
Pubblicare le analisi della giuria significa assumere una responsabilità culturale: rendere visibile il processo di lettura, restituire profondità al confronto, aprire uno spazio in cui fotografia, esperienza del corpo e sguardo critico possano dialogare.
La pluralità delle voci della giuria consente di evidenziare livelli differenti di interpretazione: simbolico, narrativo, clinico, sociale.
Questo lavoro contribuisce a consolidare il progetto corpi vivi come piattaforma di riflessione sulla rappresentazione del corpo attraversato dalla malattia, sulla memoria dei segni e sul ruolo della fotografia contemporanea nel raccontare ciò che spesso resta invisibile.
A cura di Valentina Cinelli
Anna Parisi “Tredici”
Il tema dell’acqua è un elemento fortemente simbolico, ricorrente e suggestivo legato alla sfera riproduttiva femminile. Acqua come liquido amniotico, come sorgente di vita, ma anche acqua come rigenerazione e resilienza (il “Be water, my friend” di un inaspettato filosofo Bruce Lee). La parte introspettiva della riscoperta di sé – attraverso l’autoritratto e il riflesso nella superficie riflettente dell’acqua – evolve nel superamento dell’esperienza e in uno sguardo all’esterno, al poi, nell’incontro con altri corpi sommersi. La rappresentazione che ne deriva è poetica e onirica.
Francesca Burrani “My body is not my home”
Immagini che non lasciano spazio a interpretazioni: semplici, forse brutali. Come una casa un po’ “sgarrupata” ma che ci appartiene e che sentiamo “nido”, anche lì il corpo, imperfetto, ferito, mutilato, regala una poetica intensa a sincera. Una sincerità che promette e mantiene, e, come afferma l’autrice, attraversa il confine sottile tra spazio fisico e spazio interiore.
Laetizia Ricci “Les cicatrices de la vie”
La resilienza rappresentata attraverso l’arte del kintsugi, una figlia che testimonia la trasformazione di una madre, con un bianconero intenso e una poetica legata al rapporto madre figlia (giocattoli dell’infanzia) e a passioni che astraggono e curano (la musica).
Marta Grimoldi “Ground Glass”
Il corpo trova parole per esprimersi nell’incontro e confronto con la natura. Un autunno fisico in cui colore e freschezza vengono meno, una pausa forzata dove il quiete riposo della natura si scontra con l’intensità della malattia. Dopo l’inverno ci sarà una primavera? Questa natura che appassisce rinascerà? Domande sospese come la luce e l’atmosfera di queste immagini.
Mattia Morelli “My Map”
Nel lavoro di Mattia l’invisibile diventa visibile: la trasformazione del proprio corpo, segnato da profonde cicatrici, viene spogliata da vergogna, giustificazione e trauma, e presentata come performance artistica, come una tela su cui tracciare nuovi percorsi, nuove versioni di sé. Un corpo, un nuovo dipinto, uno scatto fotografico rituale: una narrazione seriale e concettuale dove evoluzione ed espressione si fondono creando qualcosa di nuovo e inaspettato.
Lorena Ratto e Simona Vergano “Luce”
Il simbolismo del mare e dell’acqua per rappresentare la resilienza, un approccio ritrattistico e didascalico formale per raccontare un punto di arrivo. Il lavoro delle due autrici è un racconto delicato dove il vero protagonista è il colore. Azzurro saturo, bianco e incarnato: libertà, consapevolezza e nuova identità.
Valentina Etzi “Marta”
La tecnica della doppia esposizione usata per rappresentare la dicotomia fra ciò che si sente e ciò che si vorrebbe. Una dualità spesso presente nella malattia e nel processo di trasformazione. Chi siamo? Dove siamo? Dove vorremmo essere? Segni invisibili che urlano sottovoce, esigenze che si fanno spazio nel silenzio.
Valentina Etzi “MeMoria”
La semplicità di un corpo e un gesto, un tempo sospeso, un attimo di stasi (e forse di respiro) per ascoltarsi e percepire l’assenza di una parte di sé. Un attimo indefinito, forse un punto di partenza o un punto di arrivo della propria trasformazione; un tempo sospeso dove il gesto racconta l’invisibile e introduce lo sguardo alla cicatrice, il segno visibile: cosa io sento/cosa tu vedi.







